Il colesterolo è tornato al centro dell'attenzione perché nelle ultime settimane si sono sovrapposti quattro sviluppi: una nuova linea guida americana, uno studio sul cosiddetto rischio residuo, un confronto tra farmaci non-statinici e i dati globali sulla mortalità. La domanda di fondo è semplice: se le statine abbassano l'LDL, perché restano tanti infarti? La risposta che emerge da questi lavori è che l'LDL non è l'unico bersaglio da considerare. Le nuove indicazioni americane, in particolare, spostano l'attenzione dal solo colesterolo alle dislipidemie nel loro complesso, trigliceridi e lipoproteina(a) inclusi.
La linea guida 2026 ACC/AHA sulla gestione delle dislipidemie sostituisce la versione del 2018 e amplia l'ambito di applicazione dal solo colesterolo alle alterazioni lipidiche in generale. Il documento è firmato da numerose società scientifiche americane, tra cui l'American College of Cardiology e l'American Heart Association. La novità strutturale è l'adozione delle equazioni di rischio PREVENT, che stimano il rischio cardiovascolare a 10 e a 30 anni al posto delle Pooled Cohort Equations. Nella pratica, questo significa che il medico valuta il rischio di un paziente su un orizzonte temporale più lungo rispetto al passato.
Un cambiamento importante riguarda il ritorno agli obiettivi numerici di LDL-C e non-HDL-C, che nella linea guida precedente erano stati in larga parte abbandonati. Nei pazienti in prevenzione secondaria considerati a rischio molto alto, il documento indica un target di LDL-C inferiore a 55 mg/dL. La misurazione della lipoproteina(a), abbreviata Lp(a), va eseguita almeno una volta nella vita, in particolare nei pazienti con malattia renale cronica. La malattia renale cronica di stadio 3 o superiore viene trattata come condizione ad alto rischio cardiovascolare.
Sul fronte dello screening, la linea guida raccomanda un pannello lipidico non a digiuno, riservando il prelievo a digiuno ai casi in cui i trigliceridi superino 400 mg/dL. L'equazione di Friedewald, storicamente usata per calcolare il colesterolo LDL, viene sostituita da stimatori più accurati come Martin-Hopkins e quello sviluppato dai National Institutes of Health. La refertazione del non-HDL-C diventa routinaria, mentre i test avanzati sulle particelle vengono sconsigliati. L'apoB, cioè l'apolipoproteina B, è raccomandata nei pazienti con malattia aterosclerotica accertata, diabete di tipo 2 o trigliceridi elevati.
Le nuove equazioni PREVENT calcolano il rischio cardiovascolare a 10 e a 30 anni e sostituiscono le Pooled Cohort Equations utilizzate dal 2013. Nella valutazione complessiva entrano anche i cosiddetti risk enhancers, cioè fattori che aumentano il rischio senza rientrare nei calcoli tradizionali, i marcatori riproduttivi e il punteggio di calcio coronarico. Quest'ultimo, in particolare, serve a riclassificare il rischio di chi si colloca in una fascia intermedia. I percorsi terapeutici indicati includono ezetimibe, inibitori di PCSK9, acido bempedoico, inclisiran e icosapent etile.
Il secondo evento che ha riportato il tema in primo piano è uno studio pubblicato il 15 ottobre 2026 sull'European Heart Journal e condotto dalla Chalmers University of Technology. La ricerca ha analizzato circa 35.000 partecipanti della UK Biobank, una grande banca dati britannica che segue la salute di volontari nel tempo. Il risultato principale è che abbassare l'LDL non azzera il rischio di infarto: trigliceridi e lipoproteina(a) mostrano profili proteici legati a infiammazione e alterazioni vascolari. Gli autori precisano che lo studio non ha testato farmaci né validato esami clinici, quindi si tratta di un'indicazione di ricerca e non di una guida alla terapia.
Il concetto di rischio residuo indica la quota di rischio cardiovascolare che rimane anche quando l'LDL è stato portato ai valori raccomandati. È per questo che l'attenzione si sta spostando su altri lipidi, come i trigliceridi trasportati dalle lipoproteine ricche di trigliceridi (TRL) e la lipoproteina(a). Lo studio della Chalmers University suggerisce che questi due elementi abbiano profili proteici associati a infiammazione e a modifiche dei vasi sanguigni. Va però ricordato che si tratta di un'analisi osservazionale, che descrive associazioni e non dimostra un rapporto di causa ed effetto.
Il terzo sviluppo è uno studio di fase IV chiamato Victorion-Challenge, presentato al congresso della Società Europea di Cardiologia tenutosi a Monaco. La ricerca ha coinvolto 402 adulti con malattia cardiovascolare aterosclerotica ad alto rischio, cioè pazienti che hanno già avuto un evento come un infarto o un ictus. A 150 giorni dall'inizio del trattamento, inclisiran ha ridotto l'LDL-C del 56,31% contro il 15,35% dell'acido bempedoico. Il target terapeutico è stato raggiunto dal 78,2% dei pazienti trattati con inclisiran e dal 20,3% di quelli trattati con acido bempedoico.
I due farmaci a confronto agiscono con meccanismi diversi: l'inclisiran è un piccolo RNA interferente che si somministra con poche iniezioni nell'arco dell'anno, mentre l'acido bempedoico è una compressa orale. Lo studio Victorion-Challenge è di fase IV, cioè condotto dopo l'autorizzazione sul mercato, e questo tipo di studio serve a valutare l'efficacia e la sicurezza in condizioni reali. Si tratta comunque di uno studio su 402 persone con malattia aterosclerotica accertata, quindi i risultati non si estendono automaticamente ad altre popolazioni. La scelta tra i due dipende da fattori clinici, dalla tolleranza individuale e dalla disponibilità del farmaco nel singolo sistema sanitario.
Il quarto elemento è rappresentato dai dati del Global Burden of Disease 2023, pubblicati sulla rivista Jama e ripresi dalla stampa italiana il 13 ottobre 2026. Secondo questa analisi, i livelli elevati di LDL sono stati associati a circa 3,6 milioni di decessi nel 2023, pari al 6% delle morti mondiali. Nello stesso periodo sono stati calcolati 90,7 milioni di DALY, un indicatore che misura gli anni di vita in buona salute persi a causa di una malattia. Sono numeri aggregati a livello globale e descrivono associazioni, non un rapporto di causa diretta nei singoli casi.
A inizio ottobre 2026 è stata pubblicata una revisione sistematica di 109 linee guida internazionali sulla gestione dei lipidi negli adulti con malattia aterosclerotica o a rischio di svilupparla. La revisione rileva un accordo diffuso sulla necessità di trattare i lipidi nei pazienti con malattia accertata, ma anche discrepanze sui target di LDL-C e sull'impiego delle terapie non stantine. Emerge inoltre una carenza di raccomandazioni specifiche per alcune categorie, in particolare anziani, donne e pazienti con obesità. Queste lacune indicano che le indicazioni disponibili non coprono in modo uniforme tutti i gruppi di pazienti.
In Italia il tema è stato portato al congresso nazionale della FIMMG, la Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale, il 13 ottobre 2026. Durante l'incontro, Richard Hobbs, rappresentante della rete europea EPCCS, ha sottolineato l'importanza di una riduzione precoce e sostenuta dell'LDL-C e l'uso di algoritmi clinici digitali per supportare i medici di famiglia. Il medico di medicina generale è spesso il primo punto di contatto per chi ha un colesterolo alto, quindi le indicazioni che arrivano dall'ambito della medicina generale hanno un impatto pratico notevole. Resta da capire come queste indicazioni si tradurranno nei percorsi assistenziali regionali.
A livello europeo, un'analisi dell'11 agosto 2026 confronta la linea guida 2025 della Società Europea di Cardiologia e della Società Europea dell'Aterosclerosi con quella americana del 2026. Le due impostazioni condividono l'obiettivo di ridurre il rischio cardiovascolare, ma differiscono su alcuni aspetti, tra cui il peso attribuito ai target assoluti e alle terapie non stantine. I materiali dell'AIFA descrivono l'approccio americano precedente, quello senza target lipidici, che risulta in contrasto con il ritorno ai target assoluti del 2026. Chi lavora in ambito sanitario si trova quindi a dover riconciliare documenti prodotti in momenti diversi e in contesti regolatori diversi.
Le due grandi tradizioni, quella europea e quella americana, partono da basi comuni ma organizzano le raccomandazioni in modo diverso. La linea guida europea del 2025 e quella americana del 2026 concordano sulla centralità della riduzione dell'LDL-C nei pazienti ad alto rischio. Divergono però su quanto stringere i target e su quando ricorrere ai farmaci non stantini, come gli inibitori di PCSK9 o l'inclisiran. Per un clinico, la conseguenza pratica è che il percorso terapeutico può variare a seconda del documento di riferimento adottato nel proprio paese.
Per chi si avvicina per la prima volta a questi temi, alcune sigle ricorrono continuamente e conviene chiarirle. L'LDL-C è il colesterolo trasportato dalle lipoproteine a bassa densità, quello comunemente chiamato colesterolo cattivo. Il non-HDL-C comprende tutto il colesterolo trasportato dalle lipoproteine diverse da quelle ad alta densità, quindi LDL, VLDL e altre. L'apoB è la proteina presente sulla superficie delle particelle aterogene, e misurarla aiuta a stimare quante particelle potenzialmente dannose circolano nel sangue. La lipoproteina(a), o Lp(a), è una particella simile all'LDL con una componente genetica.
Il ritorno ai target assoluti di LDL-C rappresenta un cambio di impostazione rispetto alla linea guida del 2018, che puntava soprattutto sull'intensità della terapia piuttosto che su valori numerici da raggiungere. Nella nuova versione, i pazienti ad alto e altissimo rischio hanno obiettivi più stringenti, con LDL-C e apoB inferiori a 55 mg/dL. Questo approccio mira a rendere più oggettivo il monitoraggio della terapia, perché il risultato si misura su un valore preciso. Allo stesso tempo, richiede esami più frequenti e una gestione più attenta dei pazienti che non raggiungono il target con la sola statina.
La scelta tra statine, ezetimibe, inibitori di PCSK9, acido bempedoico e inclisiran dipende dal profilo del paziente e dal target da raggiungere. Le statine restano la prima opzione nella maggior parte dei casi, mentre gli altri farmaci si aggiungono o si sostituiscono quando l'LDL-C non scende a sufficienza o quando il paziente non tollera la statina. L'inclisiran si somministra con poche iniezioni l'anno, mentre l'acido bempedoico è orale, e questo può influire sull'aderenza al trattamento. Nella scelta contano anche il costo per il sistema sanitario, la disponibilità locale e le preferenze del paziente.
I dati del Global Burden of Disease suggeriscono che l'impatto del colesterolo alto sulla salute pubblica resti molto rilevante. Se circa 3,6 milioni di decessi nel 2023 sono stati associati a livelli elevati di LDL, significa che una parte consistente della mortalità cardiovascolare è collegata a un fattore modificabile. Questo dato sostiene l'idea che gli interventi di prevenzione, dalla dieta ai farmaci, abbiano un potenziale impatto su larga scala. Va però tenuto presente che si tratta di stime aggregate, soggette a margini di incertezza e a differenze tra paesi e sistemi di raccolta dati.
Da tutti questi lavori emergono alcune indicazioni pratiche, ma anche diverse domande ancora aperte. Il primo passo per chi ha un colesterolo alto resta la valutazione del rischio cardiovascolare complessivo, che oggi include l'LDL-C, il non-HDL-C, i trigliceridi e la lipoproteina(a). La scelta della terapia va discussa con il medico, che valuta il rapporto tra benefici e rischi nel singolo caso. Restano da chiarire diversi aspetti: quanto sia utile misurare l'apoB in tutti i pazienti, come trattare il rischio residuo legato a trigliceridi e Lp(a) e quali strategie funzionino meglio nelle popolazioni meno rappresentate negli studi.
Il picco di interesse intorno alla parola colesterolo nasce dall'intreccio di quattro elementi: una linea guida appena riscritta, la conferma che esiste un rischio residuo da trattare, un nuovo confronto tra farmaci e dati di mortalità molto pesanti. Nessuno di questi elementi, da solo, cambia la pratica clinica, ma insieme spostano l'attenzione dall'LDL come unico bersaglio a un quadro lipidico più ampio. Le linee guida del 2026 e gli studi di ottobre indicano una direzione, ma molte decisioni restano affidate alla valutazione del singolo caso. Per chi vuole approfondire, i punti più discussi riguardano le nuove equazioni PREVENT e le differenze tra l'impostazione americana e quella europea.